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Se l’ansia è un labirinto, io ti aiuto a disegnarne l’uscita
Se l’ansia è un labirinto non sei sola o solo. L’ansia è un’esperienza comune, ma spesso difficile da raccontare in tutte le sue sfaccettature. C’è chi la vive come un’irrequietezza costante, chi come un groviglio allo stomaco o un pensiero che non si spegne mai. Al di là delle sfumature soggettive, l’ansia ha un effetto quasi universale: disorienta. Ti fa sentire in trappola, dentro un labirinto emotivo in cui ogni scelta sembra quella sbagliata.
Come psicologa, offro consulenza e supporto per aiutarti a trovare l’uscita da questo labirinto, attraverso un percorso condiviso e personalizzato, basato su un approccio integrato.
Ansia: da meccanismo di difesa a ostacolo quotidiano
L’ansia non è un errore del sistema. È una risposta naturale e adattiva, che ha permesso agli esseri umani di sopravvivere di fronte alle minacce. Il nostro corpo, in presenza di un pericolo percepito, attiva l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), rilasciando cortisolo e preparando il corpo all’azione (Sapolsky, 2004).
Tuttavia, nel mondo di oggi le minacce non sono più animali selvatici, ma situazioni quotidiane: un esame, una relazione conflittuale, un cambiamento improvviso. Quando questo meccanismo si attiva troppo spesso o in modo sproporzionato, l’ansia può diventare invalidante.
Cosa succede nel cervello quando siamo in ansia?
La ricerca neuroscientifica ha identificato alcune aree cerebrali coinvolte nella risposta ansiosa, in particolare l’amigdala, che elabora gli stimoli legati alla paura, e la corteccia prefrontale, che ha il compito di regolare queste reazioni. In condizioni di ansia cronica, l’amigdala può risultare iperattiva, mentre la corteccia fatica a “calmare” le risposte emotive (Etkin et al., 2009).
Anche l’ippocampo, coinvolto nella memoria e nella distinzione tra minacce reali e immaginate, può risentirne, favorendo ruminazioni e interpretazioni catastrofiche.
Come posso aiutarti: un approccio integrato
Nel mio lavoro di psicologa, utilizzo un approccio integrato che si ispira a diversi modelli teorici e tecniche basate sull’evidenza scientifica, per costruire insieme a te un percorso su misura. Tra i riferimenti principali:
- Modello cognitivo-comportamentale, utile per identificare e ristrutturare pensieri disfunzionali e attivare nuove strategie di coping (Hofmann et al., 2012);
- Mindfulness e pratiche di consapevolezza, che favoriscono una relazione più aperta e meno giudicante con le proprie emozioni (Kabat-Zinn, 2003);
- Psicologia dei bisogni e delle emozioni primarie, che aiuta a comprendere l’origine di alcune fragilità legate all’autostima;
- Potenziamento delle risorse e dell’autoefficacia, concetti chiave nella costruzione di un senso di sé più saldo e funzionale (Bandura, 1997).
Il mio obiettivo non è etichettare né “curare”, ma sostenerti nell’ascolto dei segnali che l’ansia e l’insicurezza ti stanno inviando, per imparare a gestirli con maggiore consapevolezza e autonomia.
L’autostima come bussola interiore
L’ansia e l’autostima sono spesso intrecciate. Quando non ci sentiamo abbastanza, ogni errore può sembrare una catastrofe, ogni giudizio esterno una minaccia. Lavorare sul proprio valore personale – su ciò che ci definisce davvero, al di là delle performance – è un elemento essenziale nel superamento dell’ansia.
Durante il percorso psicologico, impariamo a mettere a fuoco il proprio senso di identità, ad allenare la fiducia in sé e a riconoscere le risorse interiori già presenti, ma spesso trascurate.
Considerazioni finali: ansia e autostima nell’era ipertecnologica
In un mondo iperconnesso, anche ansia e autostima possono essere profondamente condizionate da ciò che accade online. L’esposizione costante a standard irrealistici, l’immediatezza della comunicazione e il confronto continuo sui social possono alimentare un senso di pressione, accelerare il ritmo mentale e amplificare il giudizio verso sé stessi.
Diversi studi hanno evidenziato un legame tra l’uso problematico delle tecnologie digitali e livelli più elevati di ansia e insoddisfazione personale, soprattutto in chi tende a confrontarsi passivamente con gli altri (Twenge & Campbell, 2018; Andreassen, 2015).
Tuttavia, non è necessariamente così per tutti. Un uso consapevole e limitato degli strumenti digitali può ridurre sensibilmente questi effetti. Quando le tecnologie vengono utilizzate per nutrire relazioni autentiche, cercare supporto o esplorare contenuti significativi, possono addirittura diventare alleate del benessere.
Nel mio lavoro psicologico, tengo conto anche di questi fattori: esploriamo insieme il rapporto che hai con il mondo digitale, i suoi impatti emotivi e cognitivi, e troviamo strategie per renderlo meno invasivo e più allineato al tuo equilibrio personale.
In un mondo che ci chiede costantemente di essere “connessi”, imparare a stare connessi con sé stessi è il primo passo verso l’uscita dal labirinto dell’ansia.
Riferimenti scientifici
- Bandura, A. (1997). Self-efficacy: The exercise of control.
- Etkin, A., & Wager, T. D. (2007). Functional neuroimaging of anxiety: A meta-analysis. American Journal of Psychiatry, 164(10), 1476–1488.
- Hofmann, S. G. et al. (2012). The Efficacy of Cognitive Behavioral Therapy: A Review of Meta-analyses. Cognitive Therapy and Research, 36(5), 427–440.
- Kabat-Zinn, J. (2003). Mindfulness-based interventions in context: Past, present, and future. Clinical Psychology: Science and Practice, 10(2), 144–156.
- Sapolsky, R. M. (2004). Why Zebras Don’t Get Ulcers. Holt Paperbacks.
- Twenge, J. M., & Campbell, W. K. (2018). Associations between screen time and lower psychological well-being among children and adolescents. Preventive Medicine Reports, 12, 271–283.
- Andreassen, C. S. (2015). Online Social Network Site Addiction: A Comprehensive Review. Current Addiction Reports, 2, 175–184.
