+351 8280955 | A Bassano del Grappa e online

Mobbing: come riconoscerlo, affrontarlo e ritrovare l’equilibrio psicologico
Cos’è il mobbing e come si manifesta
Il termine mobbing indica un insieme di comportamenti ostili e reiterati che un lavoratore subisce in modo sistematico sul posto di lavoro, con l’intento (spesso implicito) di isolarlo, umiliarlo o spingerlo ad abbandonare il ruolo.
Heinz Leymann (1990), psicologo del lavoro, fu tra i primi a definirlo come una forma di terrore psicologico esercitato in modo sistematico e prolungato.
Questi comportamenti possono includere:
emarginazione dal gruppo o esclusione dalle riunioni;
delegittimazione delle proprie competenze;
critiche costanti, sarcasmo o silenzio punitivo;
assegnazione di compiti umilianti o incoerenti con il ruolo;
diffusione di voci, calunnie o sabotaggi indiretti.
Nel tempo, il lavoratore mobbizzato sviluppa sintomi psicologici significativi: ansia, insonnia, calo dell’autostima, difficoltà di concentrazione e, nei casi più gravi, disturbi depressivi o da stress post-traumatico (Einarsen et al., Bullying and Harassment in the Workplace, 2011).
Mobbing oggettivo e mobbing soggettivo: una distinzione importante
La letteratura psicologica e giuridica distingue due piani:
Mobbing oggettivo: comportamenti documentabili, ripetuti e intenzionali, che configurano una vera e propria persecuzione lavorativa. Può essere dimostrato anche in sede legale.
Mobbing soggettivo: situazioni in cui la persona percepisce un clima ostile o ansiogeno, senza che siano presenti atti persecutori intenzionali e strutturati.
In questi casi è comunque possibile un importante disagio psicologico, con vissuti di esclusione e perdita di autostima, anche in assenza di elementi giuridicamente provabili.
Riconoscere questa distinzione è fondamentale: non tutto il conflitto è mobbing, ma ogni situazione di sofferenza merita ascolto, analisi e tutela psicologica.
Conseguenze psicologiche del mobbing
Chi subisce mobbing vive spesso un crollo dell’autostima e una profonda sfiducia nelle proprie capacità relazionali e professionali.
Le ripercussioni più comuni includono:
disturbi d’ansia e attacchi di panico;
umore depresso e perdita di motivazione;
somatizzazioni (mal di testa, gastrite, tensioni muscolari);
isolamento sociale e ritiro dalla vita familiare;
insicurezza generalizzata anche in nuovi contesti lavorativi.
A livello neurobiologico, la prolungata esposizione allo stress da mobbing può alterare il funzionamento dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), con aumento cronico del cortisolo e conseguenze sul sistema immunitario e sull’umore (Kivimäki et al., Occupational and Environmental Medicine, 2003).
Come affrontare il mobbing: dal riconoscimento al sostegno psicologico
Il primo passo è non restare soli.
Rivolgersi a una psicologa del lavoro o clinica permette di:
- ricostruire i fatti e le dinamiche relazionali in modo oggettivo, aiutando a distinguere tra percezioni soggettive e reali condotte vessatorie;
- gestire lo stress e l’ansia attraverso tecniche di rilassamento, mindfulness e ristrutturazione cognitiva;
- rinforzare l’autostima e il senso di autoefficacia;
- riattivare le risorse sociali e familiari, spesso logorate dal clima tossico;
- valutare, se opportuno, un percorso coordinato con sindacati o avvocati del lavoro, per la tutela dei propri diritti.
Il sostegno psicologico non serve solo a “resistere”, ma a trasformare l’esperienza in una nuova consapevolezza di sé, ridando valore alla propria professionalità e al proprio benessere.
Ritrovare equilibrio e fiducia
L’uscita dal mobbing richiede tempo e accompagnamento.
Attraverso un percorso di consulenza psicologica è possibile:
ricostruire la propria identità professionale,
gestire l’ansia e i pensieri ricorrenti,
ritrovare benessere nelle relazioni familiari e sociali,
prevenire ricadute in futuri contesti lavorativi.
Come psicologa, accompagno la persona nel riscoprire le proprie risorse interne, nel ricostruire la fiducia e nel progettare nuove possibilità di equilibrio personale e professionale.
Un percorso di questo tipo può rappresentare l’inizio di una rinascita.
E il carnefice? Come nasce (e come può cambiare) chi pratica mobbing
Dietro al comportamento persecutorio: una dinamica complessa
Quando si parla di mobbing, l’attenzione è spesso rivolta alla vittima e alle sue ferite — giustamente.
Ma per comprendere e prevenire davvero il fenomeno, è necessario guardare anche all’altra faccia: chi pratica il mobbing.
Secondo Özer e colleghi (2023), il comportamento vessatorio sul lavoro non nasce dal nulla, ma da un intreccio di fattori individuali, relazionali e organizzativi che si rinforzano a vicenda.
Il loro studio – pubblicato su Aggression and Violent Behavior – parla di “making and breaking” del bullismo lavorativo, cioè dei processi che lo generano e di quelli che possono interromperlo.
Le radici personali del mobbing
Tra i fattori individuali che possono favorire la nascita di comportamenti di mobbing troviamo:
insicurezza e bassa autostima mascherate da atteggiamenti di controllo;
bisogno di affermazione o potere in contesti competitivi;
tratti di personalità narcisistici o antisociali;
difficoltà nella gestione dell’emotività e della frustrazione;
rabbia o invidia verso colleghi percepiti come più competenti o stimati.
L’aggressore spesso non riconosce la propria condotta come violenta: la razionalizza come “esigenza lavorativa” o “pressione per la performance”.
In realtà, dietro queste giustificazioni si nasconde una fragilità del Sé, un modo distorto di mantenere controllo e autostima (Nielsen et al., 2024).
Il ruolo dell’ambiente organizzativo
Lo studio di Özer et al. sottolinea che il mobbing è favorito da contesti aziendali disfunzionali, dove:
mancano regole chiare di comunicazione e gestione dei conflitti;
la leadership è autoritaria o passiva;
non esistono spazi di confronto e ascolto;
la pressione alla produttività è costante e la cultura interna normalizza comportamenti aggressivi.
In questi ambienti il potenziale carnefice trova terreno fertile: il suo comportamento non viene contrastato, anzi, talvolta è premiato perché “ottiene risultati”.
Quando il carnefice può cambiare
Un aspetto innovativo dello studio di Özer et al. (2023) è la parte dedicata alla rottura del ciclo del mobbing: il “breaking”.
Secondo gli autori, la consapevolezza è il punto di svolta.
Interventi di formazione, supervisione psicologica e promozione di leadership empatiche possono favorire il riconoscimento dei propri comportamenti dannosi e la costruzione di nuove modalità relazionali.
Da un punto di vista psicologico, lavorare con chi esercita mobbing significa:
esplorare i bisogni di potere e controllo sottostanti;
favorire l’autoregolazione emotiva e la gestione dello stress;
promuovere la responsabilità personale e la consapevolezza dell’impatto sugli altri;
ricostruire competenze empatiche e assertive.
Perché comprendere l’aggressore serve anche alla vittima
Studiare il “carnefice” non significa giustificarlo, ma prevenire la ripetizione del danno.
Ogni dinamica di mobbing è una relazione malata, in cui entrano in gioco vulnerabilità psicologiche, ruoli sociali e culture organizzative.
Affrontare solo un polo – la vittima o l’aggressore – rischia di lasciare intatto il contesto che lo ha generato.
Comprendere le origini del comportamento persecutorio permette invece di ricostruire ambienti di lavoro più consapevoli, basati su rispetto, comunicazione e benessere condiviso.
Come la psicologia può intervenire
La consulenza psicologica, sia individuale che organizzativa, può agire su più livelli:
sostegno alla vittima, per elaborare l’esperienza e recuperare autostima e sicurezza;
interventi formativi sui gruppi di lavoro per migliorare la comunicazione e la gestione dei conflitti;
coaching o supervisione per leader e manager, mirati a sviluppare una leadership empatica e prevenire derive autoritarie;
analisi del clima aziendale, per individuare precocemente segnali di stress o esclusione.
La prevenzione del mobbing, quindi, nasce dalla consapevolezza collettiva: da un lato la crescita personale, dall’altro la responsabilità organizzativa.
Riferimenti bibliografici essenziali
Bunce, A., et al. (2024). Prevalence and nature of workplace bullying and harassment (WBH). BMC Public Health.
— Lo studio riporta che circa il 10,6 % dei lavoratori in Inghilterra ha dichiarato di aver subito comportamenti di bullismo o molestie sul lavoro nell’ultimo anno, con forti associazioni con problemi di salute mentale (ansia, depressione). BioMed CentralKoinis, A., et al. (2025). The Effect of Workplace Mobbing on Positive and Negative Outcomes (studio su operatori sanitari).
— Analizza l’impatto psicologico del mobbing nei reparti di emergenza, evidenziando differenze individuali nei sintomi e nell’adattamento. PMCFarley, S., et al. (2025). Workplace bullying and personality change: evidence from longitudinal data.
— Una delle prove empiriche più forti fino ad oggi che il bullismo sul lavoro può generare cambiamenti nei tratti di personalità. Taylor & Francis OnlineÖzer, G., et al. (2023). The making and breaking of workplace bullying perpetration. Aggression and Violent Behavior.
— Indaga le cause che portano una persona a diventare carnefice: fattori organizzativi, personali e relazionali. ScienceDirectNielsen, M. B., et al. (2024). Witnessing workplace bullying — A systematic review and meta-analysis.
— Esamina gli effetti anche sugli “spettatori” (bystanders) del bullismo sul luogo di lavoro: stress secondario, burnout, conflitto work–life. ScienceDirectHodgins, M., et al. (2024). Workplace Bullying and Harassment in Higher Education: A Scoping Review. International Journal of Environmental Research and Public Health.
— Mappatura sistematica delle ricerche su bullismo e molestie nel contesto accademico, con analisi delle dinamiche di potere e possibili gap di intervento. MDPICarvalho, C. B., et al. (2024). Mobbing: A characterization in Portuguese workers and its sociodemographic correlates.
— Studio condotto in Portogallo su popolazione lavorativa regionale che mette in evidenza correlazioni tra mobbing e variabili demografiche (età, genere, anzianità). SpringerLinkBunce, A., et al. (2024). Prevalence and nature of workplace bullying … in the UK.
— Anch’esso incluso sopra al punto 1, ma merita nota per i dettagli metodologici e il contributo nazionale. BioMed CentralNamie, G., & Namie, R. (2021). 2021 WBI US Workplace Bullying Survey (report).
— Pur non essendo uno studio peer-reviewed, è un riferimento importante per dati empirici aggiornati sul fenomeno negli USA. workplacebullying.org
