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Internet inizia a scrivere per noi: che cosa accade al cervello?
Internet inizia a scrivere per noi. Vero. Negli ultimi mesi è accaduto qualcosa che ai più passerà inosservato.
Ma tra un anno, probabilmente, ne parleremo tutti:
Internet non sarà più scritta da noi, ma per noi.
Secondo analisi recenti, almeno il 30–40% dei testi online proviene già da modelli di intelligenza artificiale (Spennemann, 2025).
Un’indagine condotta da Ahrefs (2025) su 900.000 nuove pagine web ha rivelato che oltre il 74% di esse contiene contenuti generati o co-generati da IA.
E alcune proiezioni, pur da leggere con cautela, stimano che entro il 2026 fino al 90% dei contenuti digitali sarà creato da sistemi automatizzati.
Stiamo quindi costruendo un web in cui l’essere umano non è più la principale fonte di conoscenza, ma un input del modello che la produce.
Quando le intelligenze artificiali si addestrano su contenuti generati da altre AI, entra in gioco un fenomeno noto come model collapse: come fotocopiare una fotocopia.
A ogni passaggio si perdono dettagli, sfumature, significato — fino a restare solo rumore.
Gli agenti: la nuova interfaccia del digitale
Mentre la rete si riempie di testi sintetici, aziende come OpenAI stanno sviluppando qualcosa di ancora più radicale: gli agenti cognitivi.
Software che non si limitano a rispondere, ma agiscono:
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leggono e scrivono email,
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gestiscono ticket e progetti,
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aprono applicazioni,
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compilano moduli,
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effettuano acquisti.
Il browser diventa superfluo.
La chat diventa il nuovo sistema operativo.
E l’agente diventa il nuovo utente.
Non è un dettaglio tecnico, ma la più grande inversione di paradigma dai tempi dei motori di ricerca.
Prima eravamo noi a cercare le informazioni.
Ora sono le informazioni a cercare noi.
O, peggio, a selezionarci.
Nel 2026 Internet non sarà più un luogo da navigare, ma un ecosistema di agenti cognitivi che interagiscono tra loro, ognuno con memoria, preferenze, priorità e wallet digitale.
Il traffico non arriverà più direttamente dalle persone, ma dai loro delegati cognitivi.
Chi controlla l’agente, controlla il traffico.
Chi lo addestra, controlla l’informazione.
La domanda, dunque, non è più:
“Come scriverò contenuti migliori?”
ma piuttosto:“Il mio pensiero, il mio linguaggio, il mio lavoro sono pronti a essere compresi e interpretati da un agente?”
Quando Internet cambia, cambia anche il cervello
Da psicologa, non posso evitare di chiedermi cosa accada nella mente umana quando un cambiamento tecnologico di questa portata prende forma.
Ogni rivoluzione digitale ridefinisce il nostro ambiente cognitivo.
Questa, però, tocca l’identità, la consapevolezza e il modo in cui costruiamo il significato.
1.Dalla curiosità alla delega cognitiva
Per millenni, il cervello si è evoluto per cercare, esplorare, collegare.
Internet, fino a oggi, ha amplificato questa funzione.
Ma se il nuovo web “cerca per noi”, rischiamo di indebolire la motivazione epistemica (Kang et al., 2009): quella spinta dopaminergica che alimenta la curiosità e il piacere di scoprire.
Meno curiosità, meno plasticità mentale.
2.Identità e autoefficacia
Quando gli agenti iniziano ad agire “al nostro posto”, il cervello deve rinegoziare il senso di controllo.
La corteccia cingolata anteriore, deputata al monitoraggio del conflitto, si attiva ogni volta che percepiamo ambiguità tra ciò che scegliamo e ciò che viene scelto per noi.
Questo può indebolire la percezione di autoefficacia (Bandura, 1997): se tutto può essere delegato, anche il pensiero perde valore esperienziale.
3.Sovraccarico informativo e perdita di significato
Un web saturo di contenuti sintetici può determinare un sovraccarico sensoriale e cognitivo.
Il sistema limbico, responsabile della rilevanza emotiva, tende a desensibilizzarsi, portando a un calo dell’attenzione selettiva e dell’empatia digitale (Riva & Wiederhold, 2021).
In altre parole: troppa informazione, poca emozione.
4.Dalla rete sociale alla rete di agenti
Il cervello sociale vive di reciprocità, contatto e linguaggio non verbale.
Interagire quotidianamente con entità digitali prive di corpo e intenzionalità autentica può indebolire la nostra capacità empatica e la comprensione interpersonale (Decety & Meyer, 2008).
È la differenza tra relazione reale e simulazione di relazione.
La psicologia come bussola del nuovo Internet
La sfida non è arrestare la tecnologia, ma educare la mente a restare protagonista.
Allenare attenzione, lentezza, curiosità.
Promuovere un uso consapevole degli agenti digitali, affinché diventino strumenti di estensione cognitiva — non sostituti del pensiero umano.
Il nuovo Internet non si naviga.
Si interroga, si comanda, ma soprattutto, si comprende.
E forse, più che mai, è tempo di insegnare al cervello come restare umano dentro la rete.
Bibliografia
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Spennemann, D.H.R. (2025). Delving into: The Quantification of AI-Generated Content on the Internet. arXiv preprint.
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Soulo, T., Guan, X. (2025). “74.2% of New Webpages Contain AI-Generated Content.” Ahrefs Blog.
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The Living Liberties. (2023). “Experts: 90% of Online Content Will Be AI-Generated by 2026.”
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Pew Research Center. (2025). How the U.S. Public and AI Experts View Artificial Intelligence.
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McKinsey & Company. (2025). The State of AI: Global Survey.
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Bandura, A. (1997). Self-Efficacy: The Exercise of Control. Freeman.
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Kang, M. J. et al. (2009). Epistemic Curiosity Activates Reward Circuitry. Psychological Science, 20(8), 963–973.
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Riva, G. & Wiederhold, B. K. (2021). The New Psychotechnology: Virtual Reality, Presence and the Human Mind. Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking, 24(4).
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Decety, J. & Meyer, M. (2008). From Emotion Resonance to Empathic Understanding. Neuropsychologia, 46(11).
